Prof. Ivano Spano - SìAMO
Ivano Spano, presidente di SìAMO

Ivano Spano
Università di Padova
Segretario Generale Università Internazionale delle Nazioni Unite – Per la pace.
Sede europea – Italia

L’epistemologia, definita anche come filosofia della scienza, pone al centro il
problema della concezione del sapere, della sua organizzazione, annuncia criteri
logici , di verificazione partendo dal presupposto che i dati della conoscenza , della
osservazione non costituiscono fatti neutrali e obiettivi ma sono sempre filtrati da
“grammatiche del vedere”.
Di fatto, il sapere, la scienza non costituiscono una dimensione immane che sovrasta
le altre, non sono sottratte alle intemperie dello spazio e del tempo ma vanno
considerate come eventi che, nel flusso del divenire aprono orizzonti di comprensione
di cose e persone.
Se, come affermava Nietzsche (1970) il mondo vero (oggettivo, regolato da rapporti
deterministici) era diventato una favole, il matematico René Thom (1980) dichiara
come la scena filosofica che gli scienziati hanno davanti non sia tanto quella di
scegliere tra proposizioni vere e proposizioni false, quanto quella di scegliere tra
diverse proposizioni vere dal momento che una proposizione assolutamente rigorosa
è insignificante. E’ in questa scena filosofica che si colloca il “principio di
falsificazione” dello stesso Karl Popper (1972).
La natura, il mondo non ci parla direttamente, non dice di sé che attraverso le nostre
parole i nostri “vocaboli decisivi”. ( Non secondario è, oggi, il fatto che nelle pratiche
conoscitive del soggetto e dell’esperienza umana si estenda, come modalità
conoscitiva, la narrazione. Ma già Sigmund Freud aveva, necessariamente, basato la
sua analisi sull’autoanalisi).

E’ per questo che la scienza, nello sforzo di attingere la conoscenza più significativa
della realtà, estende i metodi di verificazione empirica e logica contro i limiti della
conoscenza stessa e la sua possibilità di incorrere in errori e di ignorare.
Le cause di ciò sono molteplici.
L’errore non è errore di fatto (una errata percezione della realtà) o errore logico (una
incoerenza riflessiva) ma risiede nello stesso modo in cui il nostro sapere è
organizzato
(nelle sue teorie e ideologie). Esiste, poi, una nuova ignoranza legata, sempre più,
allo stesso sviluppo della scienza. Esiste una nuova cecità legata all’uso degradato
della ragione, di questa ragione soggettiva, astratta, strumentale emblema
dell’illuminismo, dell’idea di progresso e della fede in un progresso progressivo
illuminato.

E’ possibile, riflettendo su questo, indicare come gravi minacce per l’umanità siano
legate al progresso cieco e incontrollato della conoscenza tendenzialmente incapace
di riconoscere e cogliere il significato della complessità del reale tutto.
Ogni conoscenza, di fatto, opera per selezione di dati significativi e scarta quelli
ritenuti non tali attraverso azioni di separazione (distinzioni e disgiunzioni), di
gerarchizzazione (il principale, il secondario, attribuendo agli stessi diversi valori), di
centralizzazione di dati in funzione di un nucleo conoscitivo ritenuto essenziale.
Queste operazioni sono, di fatto, ordinate da principi “sovra logici” di organizzazione
del pensiero, paradigmi per dirla con Thomas Kuhn (1969), che governano, spesso in
modo non visibile, la nostra visione delle cose (è il caso di ricordare la “visione
tolemaica” che poneva al centro la terra è la “visione copernicana” con al centro il
sole).
Ciò porta, spesso, a produrre una visione allucinata, ideologica della realtà, dominio
di operazioni logiche che strutturano il discorso scientifico quali “disgiunzione”,
“riduzione”, “astrazione”.

Il principio di “disgiunzione” ha in Cartesio il suo teorizzatore con la nota
separazione tra “res extensa” e “res cogitans”, corpo e mente. E’ questo un
paradigma fondamentale del pensiero e della conoscenza occidentale che dal ‘600 ad
oggi non ha incontrato ostacoli o, comunque, non ostacoli decisivi.
Altra separazione decisiva è quella dei saperi: la filosofia separata dalla scienza (con
l’affermazione della separazione tra soggetto riflessivo-osservante e oggetto riflesso-
osservato), le scienze fisiche separate dalla scienze umane, la cultura umanistica
separata da quella tecnologica (le famose “due culture”).

Allora, la “riduzione” appare come rimedio alle aporie della “disgiunzione”: la
riduzione del complesso al semplice, della realtà a realtà oggettiva, della biologia a
fisica, delle scienze umane a biologia (era, poi, questo lo stesso intendimento iniziale
di Freud: dare una base scientifica-biologica alla psicologia).

L’ “astrazione” è la conseguenza di “disgiunzione” e “riduzione”.
Astratto, qui, non ha il significato di non reale ma, come ha correttamente definitivo
Karl Marx (Il’enkov, 1975), di una parte della realtà che finisce per assumere il ruolo
e la funzione di tutta la realtà. La riconduzione, quindi, dei molteplici aspetti della
realtà a uno ritenuto centrale ed esplicativo: una “reductio ad unum”, il tutto ridotto
alla parte (vale la pena ricordare come questi principi abbiano segnato la storia non
solo della conoscenza ma anche quella dell’esperienza culturale e sociale. Una per
tutti la riduzione della natura femminile alla datità biologica).
L’incapacità di concepire, ad un tempo, l’uno e il molteplice (unitas multiplex) ha
portato non solo alla riduzione del tutto alle singole parti ma anche all’isolamento
delle parti dal tutto, dal loro “ambiente”, impedendo una visione della realtà come
insieme di relazioni, come sviluppo di sinergie tra le diverse componenti (Morin,
1983). Da qui, anche una visione parziale del concetto stesso di relazione: la scienza

finisce per coincidere con la ricerca di relazioni stabili-invarianti tra dati della realtà o
caratteristiche della realtà.
Da qui, anche, la difficoltà a cogliere la complessità della realtà antropologica,
sociale e culturale, sia rispetto alla sua dimensione micro riferibile al soggetto,
all’individuo che nella dimensione macro riferibile all’umanità tutta nella sua
organizzazione sociale e collettiva, oggi visibile come realtà planetaria, realtà mondo.
Per uscire da queste aporie e superare precisi limiti epistemologici, già all’inizio del
‘900 prende corpo una riflessione teorica riassumibile nell’idea di “complessità”
all’interno delle stesse scienze che l’avevano espulsa dalla loro osservazione ed
elaborazione.

Con l’avvento della fisica quantistica (1904) e relativistica si pone la necessità della
re-introduzioni di alcuni paradossi:

  • la coesistenza dei diversi aspetti della realtà, dell’uno e del molteplice,
  • la necessità di non considerare i fatti come sostanze, come dati ma come il
    prodotto di azioni, interazioni, retroazioni,
  • la necessità di considerare la realtà come prodotto, in particolare, della propria
    auto-eco-organizzazione. Una realtà complessa che restituisce ai fenomeni la
    loro autonomia, sottraendoli da relazioni di dipendenza e dipendenza causale.

Si vengono, così, a determinare due brecce fondamentali nel quadro epistemologico
della scienza classica:

  1. la breccia microfisica, con
  • l’affermazione della interdipendenza tra soggetto conoscente e oggetto
    conosciuto,
  • l’introduzione dell’alea nel processo conoscitivo (Heisemberg, 1961),
    la de reificazione del concetto di materia (H.Stapp, 1971),
  • l’introduzione della contraddizione logica nella descrizione empirica: il tutto è
    più e meno della somma delle singole parti (E. Morin, 1983);
  1. la breccia macrofisica
  • che riunì la nozione di spazio e tempo in una stessa entità,
  • tolse la loro caratteristica di entità assolute e indipendenti (non appena si
    approssimano alla velocità della luce);
  1. l’introduzione della visione sistemica della realtà, per cui la realtà tutta,
    dall’atomo alle galassie (attraverso molecole, cellule, organismi, società) può
    essere concepita che come sistema, ossia come associazione combinatoria di
    elementi diversi.

La visione sistemica

  • ha posto al centro della teoria non una unità elementare discreta ma una unità
    complessa (un tutto che non si riduce alla somma delle parti),
  • ha concepito la nozione di sistema non come nozione reale, puramente formale, ma
    come tendenza a esistere,
  • ha definito un livello interdisciplinare di approccio alla realtà alla cui definizione
    concorrono i diversi punti di vista pur mantenendo la loro differenza e identità.

I principi del pensiero sistemico
In sintesi, il pensiero sistemico afferma:

  1. I sistemi sono totalità integrate non riducibili alle singole parti. Le proprietà
    sistemiche sono del tutto; prendono origine dalle relazioni organizzate tra le parti,
  2. le parti prendono senso col venir riferite al tutto, al contesto/ambiente di
    riferimento, così come un sistema può essere parte di un altro Sistema (atomo,
    molecola, tessuto, organo…),
  3. le relazioni hanno importanza primaria, fondante la realtà. Gli oggetti, le
    parti hanno importanza secondaria. All’edificio solido si sostituisce il concetto di

“rete”, insieme strutturato di relazioni. La realtà appare come un insieme di “insiemi
di relazioni”, un insieme di sistemi, come un “ecosistema”.
Se la realtà è un insieme di relazioni anche la descrizione della realtà e la sua
comprensione sono date da una rete interconnessa di concetti,

  1. la concezione sistemica modifica, allora, il concetto di oggettività scientifica.
    Heisemberg afferma: “Ciò che osserviamo non è la natura in se stessa ma la natura
    esposta ai nostri metodi di indagine”. Il come il soggetto conosce il mondo
    (epistemologia) non può essere separato dalla descrizione del mondo,
  2. se tutto è interconnesso la scienza non potrà mai dare una descrizione e comprensione completa e definitiva,
  3. se tutto è interconnesso, è rete, la realtà non è “data” ma è un processo,
    diviene. Se Eraclito affermava che “Tutto scorre”, Alfred North Whitehead (1920)
    pone come centrale nella sua teroria filosofica il concetto di “processo”. Negli stessi anni, in Russia, Bogdonov sistematizzava un approccio scientifico denominandolo “tectologia” (da tekton: artefice, costruttore) ovvero “scienza della costruzione – organizzazione delle strutture come totalità delle connessioni tra elementi sistemici
    retti da “informazione e regolazione”, in equilibrio dinamico. Successivamente,
    Walter Canon modifica il concetto di “costanza dell’ambiente interno di una organizzazione” (introdotto dal fisiologo Cl Bernard) è introduce il concetto di “Omeostasi” come equilibrio dinamico, flessibilità del Sistema,
  4. su questa base, Ludvig von Bertalanffy formula la sua “Teoria generale dei sistemi”. Ai principi già enunciati aggiunge:
  • il fatto che i sistemi essendo interconnessi tra loro, sono Sistemi Aperti (uno è ambiente dell’altro) che scambiano materia ed energia,
  • il sistema mantiene uno “stato stazionario” lontano dall’equilibrio, caratterizzato da flussi e cambiamenti continui,
  1. tra i Sistemi si determina un “accoppiamento strutturale” per cui ogni
    modificazione dell’ambiente modifica la struttura e induce un processo di regolazione interna del sistema che non dipende dalla modifica (che è un “input”) ma dalla sua capacità auto-regolativa, dalla sua autonomia,
  2. nell’analisi dei sistemi auto-regolativi o autopoietici è importante capire la
    complementarietà tra “forma” e “sostanza”. La Forma o Schema di Organizzazione
    rimanda alla configurazione delle relazioni tipiche di un particolare Sistema (qualità);
    la struttura rimanda alla materializzazione fisica dello schema di Organizzazione (si riferisce alla sostanza, alla Quantità).
    Le proprietà sistemiche sono proprietà dello Schema. Infatti, ciò che viene distrutto quando si sezione un organismo è il suo Schema.
  3. La proprietà più importante di uno Schema è che è uno schema a Rete, insieme di relazioni non lineari che include che include “anelli di retroazione” che rendono possibile l’evoluzione del Sistema ossia la sua Auto-organizzazione. Lo schema della vita è uno Schema a rete capace di auto-organizzazione.
  4. affinché il Sistema possa auto-regolarsi è necessario che sia attraversato da unbflusso di materia ed energia. Questo flusso “alimenta” il Sistema che è, così, in grado di produrre nuove strutture e nuove forme di comportamento solo quando il Sistema è lontano dall’equilibrio (grazie agli anelli di retroazione).
    I sistemi Viventi sono in grado di conservare i loro processi vitali in condizioni di
    non equilibrio, ossia sono “stabili” pur “evolvendosi” (il chimico, Premio Nobel, Ilia
    Prigogine induce da qui il suo concetto di “strutture dissipative”).
    Crescendo il flusso di energia e materia che attraversa il Sistema, il Sistema passa da
    un ordine (O1) a un “nuovo ordine” (O2), trasformandosi in una struttura di maggior
    complessità.

Il Processo della vita
Come detto

  • lo Schema di organizzazione di un Sistema Vivente è la configurazione delle
    relazioni tra le diverse componenti (forma, ordine, qualità),
  • la Struttura di un Sistema è la materializzazione fisica dello Schema di
    Organizzazione (sostanza, materia, quantità),
    allora il Processo della Vita è l’attività necessaria alla continua materializzazione
    dello Schema di Organizzazione del Sistema, la sua alimentazione (flusso costante di
    materia ed energia).
    L’Auto-organizzazione, l’Autopoiesi implica la capacità del Sistema di essere
    produttivo, di attivare processi di produzione. Schema di Organizzazione, Struttura
    del Sistema, Processo della Vita sono, quindi, aspetti interconnessi.
    Nella Teoria dei Sistemi Viventi il Processo della Vita si identifica con la
    Cognizione, con il Processo della Conoscenza.
    Ciò porta al superamento della divisione cartesiana tra “Mente e Materia” e comporta
    la necessità di riconcettualizzare il significato stesso di “mente” che appare non più
    come “entità” ma come “processo”.
    Di fatto, l’attività di organizzazione dei sistemi Viventi, a ogni livello in cui si
    manifesta la vita, è attività mentale-cognizione. Vita e cognizione risultano connesse
    in modo inseparabile.
    La mente, ovvero il “processo mentale” è insito nella materia a ogni livello in cui si
    manifesta la vita.
    La sistematizzazione di questa teoria la si deve a Gregory Bateson in primis e a
    Maturana e Varela con la specificazione del rapporto tra Autopoiesi e Cognizione (la
    cosiddetta Teoria di Santiago).
    Bateson parte dalla domanda: che cosa unisce i diversi esseri viventi tra loro, uomo
    compreso.
    Per Bateson le relazioni sono l’essenza del mondo vivente: la mente è l’essenza di
    essere vivi, è la “struttura che connette” i Sistemi come insiemi di relazioni (la mente
    è una sorta di “meta-schema” delle relazioni).

Maturana parte dalle domande:

  • Quale è la natura della vita?
  • Che cosa è la cognizione?
    La risposta alla prima domanda è l’autopoiesi che, a sua volta, fornisce la base teorica
    per rispondere alla seconda domanda.
    Ma, è con Varela che Maturana elabora una Teoria Sistemica della Cognizione. La
    prima considerazione da cui partono è che non ci vuole un cervello per documentare
    l’esistenza della mente. Un batterio, un vegetale non hanno un cervello ma
    possiedono una mente e hanno capacità di percepire e, per questo, sono in relazione
    con il loro ambiente.
    Il concetto di Cognizione, il Processo della Conoscenza é più ampio del concetto di
    Pensiero.
    La Cognizione è il frutto di percezioni, emozioni, azioni, riflessioni, cioè dell’intero
    Processo della Vita.
    Mente e materia non risultano più categorie separate ma aspetti, dimensioni diverse
    dello stesso fenomeno della vita. La mente non è una sostanza (res cogitans) ma un
    processo: il processo di cognizione che si identifica con il processo della vita.
    Il cervello, per l’uomo, è una struttura specifica per mezzo della quale agisce questo
    processo.

La teoria di Santiago
Maturana afferma: “I Sistemi Viventi sono sistemi cognitivi…e il vivere in quanto
processo è un processo di cognizione”.
La cognizione è coinvolta della auto-generazione e auto-perpetuazione delle reti auto-
poietiche: la Cognizione è il Processo stesso della Vita. Va, quindi, descritta nei
termini dell’interazione tra un organismo e il suo ambiente. Da qui, il concetto di
Accoppiamento Strutturale.

Il Sistema autopoietico subisce le modificazioni dell’ambiente conservando, però, il
proprio schema di Organizzazione.
Il Sistema Vivente specifica quali perturbazioni inducono cambiamenti strutturali e
tali cambiamenti sono veri e propri “atti cognitivi”.
La Cognizione non coincide, allora, con la rappresentazione di un mondo ma è la sua
“continua generazione”.
Come detto, la cognizione coinvolge l’intero processo della vita (percezioni,
emozioni, riflessioni, comportamenti) e non richiede né cervello, né Sistema
Nervoso.
Nella cognizione percezione e azione sono inscindibili: la cognizione può essere
definita-compresa come “azione incarnata”.
La Cognizione comporta due tipi di attività:

  • il mantenimento e perpetuazione dell’autopoiesi,
  • la generazione di un mondo.
    Ora, se i cambiamenti strutturali sono atti di cognizione, lo “sviluppo” è sempre
    associato all’ “apprendimento”: “sviluppo” e “apprendimento” sono due espressioni
    dell’accoppiamento strutturale.
    Ogni sistema Vivente crea il proprio mondo particolare in base alla propria struttura
    particolare.
    Dice Varela: “La mente e il mondo sorgono insieme”.
    L’interazione cognitiva Organismo/Ambiente è, quindi, intelligente: l’intelligenza si
    manifesta nella ricchezza e nella flessibilità dell’Accoppiamento strutturale (maggior
    flessibilità del sistema = maggiore salute).
    Il campo delle interazioni di un sistema con il suo Ambiente costituiscono il
    “Dominio Cognitivo”. A un certo livello di complessità il Sistema Vivente non solo
    si accoppia strutturalmente con il suo Ambiente ma anche con se stesso generando sia
    un “mondo esterno” che un “mondo interno”. La generazione di un mondo interno è
    legata al linguaggio, al pensiero, alla coscienza.

Secondo la Teoria di Santiago, come detto, la Cognizione non coincide con la
rappresentazione di un mondo indipendente dall’atto cognitivo: è generazione di un
mondo, mondo che dipende sempre dalla Struttura dell’organismo, del sistema.
Vale la pena ricordare l’affermazione del fisico Paul Davies che recita: “Il mondo ci
appare sempre più come un grande pensiero piuttosto che come una grande
macchina”.
La teoria sistemica ha colto la singolarità per cui sia i sistemi fisici (il vortice di un
fiume, la fiamma di una candela…) ma, soprattutto i sistemi viventi hanno una
esistenza e struttura che dipende da una alimentazione esterna, dall’ambiente.
Dall’idea di sistema aperto derivano due conseguenze essenziali:

  1. le leggi dell’organizzazione del vivente non sono di tipo lineare, di equilibrio,
    ma di squilibrio, ovvero di equilibrio dinamico,
  2. l’intelleggibilità del sistema, la sua conoscenza non è attingibile solo dal
    sistema stesso ma anche dalle sue relazioni con l’esterno, l’ambiente e tali relazioni
    non costituiscono una semplice dipendenza del sistema ma ne sono elementi
    costitutivi.

LA COMPLESSITA’ DELLA REALTA’
Prendono corpo, così, nuovi principi capaci di aiutarci nella comprensione della
complessità della realtà: il principio dialogico, il principio ricorsivo, il principio
ologrammatico.

Il principio dialogico
Comporta la comprensione che l’unità della realtà include anche l’unità degli opposti,
di logiche antagoniste, irriducibili, rivelandone la complementarietà:
ordine/disordine, onda/corpuscolo, energia/materia, entropia/negentropia. Le logiche
oppositive non si escludono ma dialogano, collaborano per produrre organizzazione e
complessità del sistema. Appare una logica che possiamo definire “arborescente” tale

da permettere di capire come diversi punti di vista (diverse logiche) possano
coabitare senza elidersi e concorrere, così, a rappresentare i molteplici aspetti-
significati della realtà.

Il principio ricorsivo
Afferma che un processo ricorsivo è un processo in cui vi è simmetria tra produttori e
prodotto, al punto che l’uno può trasformarsi nell’altro, così come il processo
sessuale produce degli individui che a loro volta producono il processo sessuale
stesso. Tutto ciò che è prodotto ritorna su ciò che lo produce mettendo in atto un ciclo
auto-costitutivo, auto-organizzatore e auto-produttore.

Il principio ologrammatico
Afferma che non solo la parte è nel tutto ma che anche il tutto è nella parte.
In un ologramma fisico, il più piccolo punto dell’ologramma stesso contiene la quasi
totalità delle informazioni dell’oggetto rappresentato.
L’idea di ologramma comporta il superamento del riduzionismo che non vede il tutto,
riducendolo alle sue componenti, e dell’olismo che vede il tutto e non coglie la
specificità delle singole parti. Pascal affermava: “Non posso capire il tutto senza
concepire le parti e non posso capire le parti senza concepire il tutto”. E, se Hegel
affermava “Il tutto è il vero”, Teodor Adorno ribatteva “Il tutto è il falso”.
L’aspirazione al tutto possiamo considerarla una aspirazione plausibile-vera ma, ad
un tempo, possiamo considerare plausibile-vera l’impossibilità di attingere la totalità
(basti ricordare la definizione del “Sé” di Jung-1982).
Ora, può apparire tragico sviluppare un pensiero “condannato” ad affrontare le
contraddizioni senza mai superarle-risolverle.
Si rende necessario, per questo, la ricerca di un meta-livello in cui si possa superare le
contraddizioni, senza negarle.

Ma, questo meta-livello non può essere quello della sintesi compiuta. Anche il meta-
livello comporterà le sue brecce, le sue incertezze, le sue contraddizioni. Insomma,
sembra che non si possa affermare la possibilità di una concezione infinita-positiva
della conoscenza.

L’idea di complessità, allora, comporta:

  1. l’imperfezione frutto dell’incertezza e del riconoscimento della irriducibilità,
  2. la semplificazione, cioè l’accettare la riduzione coscienti che sia una riduzione
    (e non la rappresentazione del tutto),
  3. l’unione di semplificazione e complessità, ossia di aspetti semplici, riduttivi
    con aspetti sistemici, interrelati-integrati,
  4. il sottrarsi all’alternativa tra pensiero riduttivo, che vede solo i singoli
    elementi, e pensiero globale-olistico, che vede solo il tutto.
    Occorre, quindi, impegnarsi contro ogni mutilazione del processo conoscitivo.
    Il merito della teoria della complessità consiste, allora, soprattutto nella denuncia
    della metafisica dell’ordine (della positività, della linearità, della oggettività).
    Whitehead (1945) affermava che dietro l’idea dell’ordine vi siano due convinzioni:
  • l’idea magica di Pitagora secondo il quale i numeri sarebbero la realtà ultima,
    ordinatrice dei dati e dei fenomeni,
  • l’idea religiosa, presente in Cartesio come in Newton, che pone l’intelletto
    divino come fondamento dell’ordine del mondo (d’altronde, anche il grande
    Einstein aveva avuto qualche cedimento in tal senso. Nota è la sua espressione
    “Dio non gioca a dadi”).
    In questo senso è importante non assolutizzare ma relativizzare l’idea stessa di
    complessità, cioè pensare alla complessità come principio del pensiero che considera
    il mondo e non come principio rivelatore dell’essenza del mondo.
    Allora, il soggetto tradizionale della scienza, quel soggetto auto-centrato e
    onnisciente che pretendeva di esercitare un potere di dominazione cognitiva e pratica,

sulla base di un fondamento certo, é il risultato di un immane processo di rimozione
che l’epistemologia ha operato tradizionalmente nei confronti delle proprie procedure
costruttive, del suo stesso artigianato cognitivo.
Il problema gnoseologico decisivo che segna la nostra epoca è, allora, esprimibile
come la necessità del passaggio dalla “verità” al “senso della verità”.
Si tratta, quindi, di scegliere tra versioni del mondo nella ricerca di ciò che appare più
significativo, convincente, dotato di senso, capace di dare risposte a questioni da
troppo tempo trascurate o ritenute irrilevanti.
Come affermava Koyré (1972), é necessario superare l’abisso che con la scienza
newtoniana si è aperto tra scienza e uomo comune.
Ecco che, il superamento del paradigma newtoniano, della fisica classica come
prototipo di tutte le scienze, ha liberato l’uomo contemporaneo dalle imposizioni e
dalle riduzioni, dalla oggettività restituendolo al suo destino creaturale che non lo
coglie più come impositore, regolatore della realtà circostante, ma come “esposto ad
essa”, esposto al mondo delle cose e delle persone, in quell’atteggiamento di ascolto
in cui convengono il bisogno di decifrare i segni della realtà e l’emozione che nasce
dalla reverenza di fronte alle cose, essenza, questa, della libertà di tutti i regimi dello
spirito e, ad un tempo, atto poetico, di poiesis, creativo.

Allora, di fronte a coloro che distribuivano certezze, relazioni oggettive-stabilite,
sempre più uomini e donne vivono nella consapevolezza che la conoscenza che vale è
quella che si alimenta dal dubbio, dalla incertezza e il pensiero più fervido è quello
che si approssima alla temperatura della sua dissoluzione (Morin, 1983).
L’ “epistemologia della diversità” è, quindi, l’espressione della possibilità che diversi
punti di vista possano nascere l’uno dall’altro, coabitare senza sintetizzarsi in un
unico modello paradigmatico.
E’ su questa base che si dovrà decidere se restare ancora sudditi di una riserva
epistemilogica, dove regnano riduzionismo, determinismo, empirismo astratto,

presunte verità e sicurezze e dove dominano, di fatto, profondi disagi e drammatiche
impotenze, o essere, tutti insieme, costruttori della nostra propria epistemologia come
valorizzazione delle risorse e delle specificità individuali, riconoscimento e
mantenimento della diversità che, poi, è ciò di cui si sostanzia la logica della vita
tutta.

Nota bibliografica
Bateson, G., 1976, Verso una ecologia della mente, Adelphi Editore, Milano
Bateson, G., 1984, Mente e natura. Un’unità necessaria, Adelphi Editore, Milano
Capra, F., Il Tao della fisica, Adelphi Editore, Milano
Capra, F., 1986, Il punto di svolta. Scienza, società e cultura emergente, Feltrinelli,
Milano
Capra, F., 1997, La rete della vita. Una nuova visione della natura e della scienza,
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Gargani, A.G., 1993, Stili di analisi. L’unità perduta del metodo filosofico, Feltrinelli,
Milano
Il’Enkov, E., 1975, La dialettica dell’astratto e del concreto nel capitale di Marx,
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Heisemberg, W., 1961, Fisica e filosofia, Il Saggiatore, Milano
Koiré, A., 1972, Studi Newtoniani, Einaudi, Torino
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Jung, C.G., 1982, Aion: ricerche sul simbolo del sé, Boringhieri, Torino
Maturana, H.R., Varela, F.J., 1985, Autopoiesi e cognizione. La realizzazione del
vivente, Marsilio Editore, Venezia
Morin, E., 1983, Il metodo. Ordine, Disordine, Organizzazione, Feltrinelli, Milano
Morin, E., 1993, Introduzione al pensiero complesso, Sperling&Kupfer, Milano
Nietzsche, F., 1970, Crepuscolo degli idoli, Opere , Vol. VI, Adelphi, Milano
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Spano, I., 1999, Sociologia tra ideologia e scienza, Sapere, Padova
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